Tu la conosci Eveline?

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E’ la protagonista di un racconto di Joyce. Che puoi leggere qua. Spoiler: deve scappare con il ragazzo a Buenos Aires, arriva alla stazione e

Una campana le squillò sul cuore. Lo sentì afferrarle la mano:
«Vieni!».
Tutti i mari del mondo le si rovesciarono intorno al cuore. La stava attirando dentro di essi: l’avrebbe affogata. Si aggrappò con entrambe le mani alla ringhiera di ferro.
«Vieni! »
No! No! No! Era impossibile. Le mani strinsero convulse e freneti­che il ferro. Lanciò in mezzo ai mari un grido di tormento. «Eveline! Evvy! »
Lui si precipitò oltre la barriera e le gridò di seguirlo. Gli urlarono di andare avanti, ma la chiamava ancora. Fissò su di lui il viso bianco, passivo, da animale indifeso. I suoi occhi non gli dettero nessun segno di amore o di addio o di riconoscimento.

 
Il racconto si conclude che lei che non scappa con lui.

Ti ricorda qualcosa?
Nonostante le foto zozze, l’arroganza, la vita che abbiamo fatto all’estero, non siamo un po’ tutti come Eveline?

Se c’è da prendere una decisione, non la prendiamo. Quando c’è da rischiare per davvero, non lo facciamo. Solo nei sogni confessiamo a noi stessi che vorremmo correre, andare, buttarci da un dirupo non per morire, ma per vivere davvero. Metafore che ci perseguitano dall’adolescenza ma noi sempre più immobili.

E mentre tutti i mari del mondo mi si rovesciano intorno al cuore, capisco:

Stare agli angoli della vita è un atto rivoluzionario contro la dittatura della felicità
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